POETI DIALETTALI

in allestimento
Il MOVIMENTO LETTERARIO LOMBARDO
E BELLE ARTI
Il presidente Calogero Di Giuseppe.
Inizia con questa pagina la storia di una serie di Poeti, Scrittori Artisti,divario genere, in lingua dialettale di tutte le regioni italiane. 
1, I. BUTTITTA 2, G.MELI, 3 B. Giuliana 4, Carlo Porta 5, F.Fusinato 6, Trilussa 7, G.  Franco Stabile, 
Per conoscere meglio la storia dei Personaggi cliccare sulle parole in corsivo.
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IGNAZIO BUTTITTA
siciliano
IGAZIO BUTTITTA
ButtittaIgnazio. - Poeta dialettale siciliano (BagheriaPalermo1899 - ivi 1997); autodidatta, esercitò da giovane i più umili mestieri, per poi darsi al commercio; avverso al fascismo (nel 1922 capeggiò una sommossa di popolo), partecipò alla Resistenza. La sua poesia, d'ispirazione popolare e insieme consapevolmente letteraria, è passata dall'originario sensualismo tra arcadico e dannunziano (Sintimintali1923Marabedda1928) ai toni epico-lirici e quasi da cantastorie della celebrazione del lavoro e delle lotte del popolo siciliano (Lu pani si chiama pani1954, con trad. in lingua di S. QuasimodoLa peddi nova1963Lu trenu di lu soliLamentu pi la morti di Turiddu CarnivaliLa vera storia di Giulianu, in unico vol., 1963). Nella produzione successiva il crisma dell'ufficialità sembra avere un po' indebolito le motivazioni originali della sua poesia (tra l'altro tradotta in francese, russo, cinese, ecc.): Io faccio il poeta (1972); Il poeta in piazza (1974); Pietre nere (1983). Vanno poi ricordati ancora il volume antologicoPrime e nuovissime (a cura di M. Puglisi, 1983) e il lavoro teatrale Colapesce: leggenda siciliana in due tempi (1986). http://www.treccani.it/enciclopedia/ignazio-buttitta/
.
 IL POPOLO
Un populu
mittitilu a catina
spughiatilu

attuppatici a vucca
è ancora libiru.
.
Livatici u travagghiu
u passaportu

a tavula unni mancia
u lettu unni dormi,
è ancora riccu.
.
Un populu
diventa poviru e servu

quannu ci arrubbanu a lingua
addutata di patri:
è persu pi sempri.
.
Diventa poviru e servu
quannu i paroli non figghianu paroli

e si mancianu tra d’iddi.
Mi nn’addugnu ora,
mentri accordu la chitarra du dialettu
ca perdi na corda lu jornu.
.
Mentre arripezzu
a tila camuluta

ca tissiru i nostri avi
cu lana di pecuri siciliani.
.
E sugnu poviru:
haiu i dinari

e non li pozzu spènniri;
i giuelli
e non li pozzu rigalari;
u cantu
nta gaggia
cu l’ali tagghiati.
.
Un poviru
c’addatta nte minni strippi

da matri putativa,
chi u chiama figghiu
pi nciuria.
.
Nuàtri l’avevamu a matri,
nni l’arrubbaru;

aveva i minni a funtana di latti
e ci vìppiru tutti,
ora ci sputanu.
.
Nni ristò a vuci d’idda,
a cadenza,

a nota vascia
du sonu e du lamentu:
chissi non nni ponnu rubari.
.
Non nni ponnu rubari,
ma ristamu poviri

e orfani u stissu.
.
Ignazio Buttitta
(da Lingua e dialettu, 1970)
leggi in italiano
.Un popolo Mettetegli la catena Spogliatelo Chiudetegli la bocca È ancora libero. - Levategli il  lavoro Il passaporto Il tavolo dove mangia Il letto dove dorme È ancora ricco. -  Un popolo
Diventa povero e servo Quando gli rubano la lingua Datagli dal padre È perso per sempre -
Diventa povero e servo Quando le parole non creano parole E si mangiano tra loro Me ne accorgo ora Mentre accorgo la chitarra del dialetto Che perde una corda al giorno Mentre rammendo
la tela rovinata che hanno tessuto i nostri avi con lana di pecore siciliane. - E sono povero: ho i soldi
e non li posso spendere; i gioielli e non li posso regalare; il canto in gabbia con le ali tagliate.  Un poveroChe ciuccia nel seno vuoto . Di madre putativa Che lo chiama figlio Per soprannome.  Noi ce l’abbiamo la madre non ce l’hanno rubata; aveva il seno pieno di latte come una fontana e ci hanno bevuto tutti ora ci sputano. C’è rimasta la sua voce la cadenza una nota bassa del suono del lamento:
questi non ce li possono rubare. Non ve li possono rubare ma restiamo poveri e orfani lo stesso.
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Inviateci le vostre "poesie" in dialetto con mail: movimentoletterariolombaro@libero.it
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GIOVANNI MELI
SICILIANO
Giovanni Meli (l’Abate), nato a Palermo il 6 marzo 1740 e deceduto nella stessa città il 20 dicembre 1815, è stato uno dei più grandi poeti italiani e si è espresso per le opere più importanti in lingua siciliana.  Il padre Antonio Meli di professione orefice e la madre Vincenza Torriquas, non erano di certo ricchi e Giovanni Meli dovette conciliare la sua passione per la letteratura con l’esercizio di una professione, e scelse quella di medico.  L’epoca storica in cui visse Meli è una delle più complesse e travagliate dello scenario europeo, e piena di grandi rivolgimenti: dalla rivoluzione francese alle campagne napoleoniche, fino ad arrivare al riassetto europeo del 1815 con il congresso di Vienna.  Meli fu educato presso le scuole dei padri Gesuiti e si appassionò giovanissimo agli studi letterari e filosofici, trovò ispirazione nel pensiero illuminista dell’epoca, raggiunse la notorietà aderendo al movimento letterario dell'Arcadia con una dimensione tutta sua e con l'uso della lingua siciliana.  Raggiunse la celebrità nel 1762 col poemetto La Fata galante; la fata incontrata da Meli gli proponeva, sotto forma di fiabe mitologiche, tematiche filosofico-sociali.  Dal 1767, Meli esercitò la professione di medico per cinque anni nel paesino di Cinisi, dove veniva chiamato l'Abati, perché vestiva come un prete.  L’abito scuro del prete e l’abito del medico allora non erano tanto differenti e Meli continuò ad usare l’abito scuro per introdursi nei conventi dove si recava come medico, continuò a farlo anche quando si trasferì a Palermo. Si descriveva lui stesso fisicamente brutto e continuava ad andare in giro vestito da Abate; ma era sensibile alla bellezza femminile, non mancò di amare e corteggiare donne ed a molte dedicò Odi e Canzonette.   Con le Elegie del suo poema la Bucolica crebbe la sua fama e divenne conteso dalle dame dell'aristocrazia palermitana nei loro salotti; veniva particolarmente apprezzata la sua arguzia e la sua galanteria.   Meli, però, andava ben oltre; la sua poesia era spesso intrisa di riflessioni filosofiche; in particolate con il poema Origini di lu munnu, esaminò tutte le correnti filosofiche dentro un quadro allegorico-mitologico.  Nel 1787 pubblicò la raccolta delle sue opere in cinque volumi col titolo di Poesie Siciliane. Sempre nel 1787 ebbe la cattedra di chimica all'Accademia degli studî di Palermo e venne chiamato a far parte come socio onorario delle più importanti accademie italiane come quella di Siena (1801) e quella peloritana di Messina.  Una testimonianza dell’impegno sociale di Meli  è l’aver fondato nel 1790 l’Accademia Siciliana,  insieme a intellettuali come Francesco Paolo di Blasi, Giovanni Alcozer, Francesco Sampolo ed altri;  fondazione che tra l’altro si occupò di studiare lo stato dell’agricoltura e della pastorizia nel regno di Sicilia. Non fu mai ricco e spesso le difficoltà lo costrinsero a bussare alla porta dei potenti. Nel 1810 il re Ferdinando gli concesse una pensione annua, poi successivamente sospesa.   Nel 1814 vennero pubblicate a Palermo, a cura dello stesso autore, le Favuli Murali dove il Meli prendendo spunto da Esopo e Fedro costruisce un poema morale sugli uomini e gli animali con fine arguzia ed umorismo tutto siciliano. Sull’essere stato Abate o no, si è dibattuto tanto tra i biografi. Agostino Gallo, primo biografo del Meli, scrisse che nell’ultimo anno della sua vita prese gli ordini per avere in assegnazione un’abazia in Palermo. Con una successiva ricerca storica sui documenti della chiesa palermitana, Edoardo Alfano dimostrò che non aveva preso alcun ordine sacerdotale. Morì a Palermo il 20 dicembre 1815, in Europa si era conclusa l’avventura napoleonica e si chiudeva l’epoca che si era aperta con la rivoluzione francese. (A cura di Francesco Zaffuto) Dal blog http://abatemeli.blogspot.it/search/label/Biografia%20ed%20Opere
Il sonetto di Meli che introduce il poema
“La Bucolica”
 Muntagnoli interrutti da vaddati,
Rocchi di lippu   e areddara   vistuti,
Caduti d'acqui chiari inargintati,
Vattàli murmuranti e stagni muti,
 .
Vausi   e cunzarri   scuri ed imbuscati,
Sterili   junchi e jinestri sciuruti;
Trunchi da lunghi età malisbarrati,
Grutti e lambichi d'acqui già mpitruti;
.
Passari sulitari chi chianciti;
Ecu, chi ascuti tuttu e poi ripeti,
Ulmi abbrazzati stritti di li viti,
 .
Vapuri taciturni, umbri sigreti,
Ritiri tranquillissimi, accugghiti
L'amicu di la pace e la quieti.
               G. Meli
Qui una traduzione
 Montagnoli interrotti da vallate,
rocche di muschio e di edera vestite,
cadute di acque chiare e inargentate,
ruscelli   mormoranti e stagni muti,
 .
balze e cumuli di pietre scure e nascoste,
sterili giunchi e ginestre fiorite;
tronchi per lunghe età malconci,
grotte e stalattiti d’acque già impietrite;
 .
passeri solitari che piangete;
eco, che ascolti e poi ripeti,
olmi abbracciati stretti dalle viti,
vapori taciturni, ombre segrete,
ritiri tranquillissimi, accogliete
l’amico della pace e la quiete.
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BERNARDINO GIULIANA
Nasce a San Cataldo, in provincia di Caltanissetta, primogenito di sei figli, da Salvatore Giuliana e Carmela Rizzo. Nel suo paese natale, frequenta la scuola elementare "E. De Amicis" ed, in seguito, la scuola media dei salesiani[1]Dopo aver recitato nelle rappresentazioni teatrali organizzate a scuola, frequentò a Roma la Scuola di teatro diretta da Salvo Randone e conobbe Leonardo Sciascia, Ignazio Buttitta, Renato Guttuso, Nonò Salomone, Ciccio Busacca, Vittorio Gassman, Salvatore Quasimodo.
Ritornato in Sicilia[2], conseguì da adulto il diploma di abilitazione magistrale presso l'istituto "A. Manzoni"
 di CaltanissettaNegli anni 1963-1973 ha lavorato presso l'ANIC (Azienda Nazionale Idrogenazione Combustibili) di Gela. In questo periodo ha iniziato un sodalizio poetico con Mario Gori[3].
Nel 1973 aprì una libreria in San Cataldo, nell'intento di farne un centro della cultura siciliana. Verso la fine degli anni settanta venne chiamato a dirigere la Biblioteca comunale di San Cataldo, che oggi porta il suo nome. Ha sposato nel 1981 Rosa Maria Cigna, trasferendosi nella casa di campagna in contrada Decano. Dal matrimonio sono nati due figli. Nel pieno della sua attività muore per un male incurabile il 29 marzo 1999.

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CARLO  PORTA
lombardo
CARLO PORTA

Enciclopedie on line TRECCANI

Pòrta, Carlo. - Poeta (Milano 1776 - ivi 1821). Anticlassicista, P. rappresenta, insieme con G. G. Belli, un momento essenziale, e artisticamente dei più alti, del primo Romanticismo italiano. Egli ha saputo descrivere alcuni aspetti della vita contemporanea in quadri ricchi di sfumature, animati da uno spirito che non si può chiamare lepido o satirico se non dimenticando l'indefinibile umanità del grande poeta, per il quale il maggiore interesse fu quello di ritrarre la vita in tutta la sua potenza e in tutta la sua varietà contraddittoria. La qualità fondamentale della sua poesia è la vitalità gagliarda e comunicativa. VITA Studiò prima a Monza, poi nel seminario di Milano. Sono queste le prime esperienze di quel mondo ecclesiastico, che diventerà poi uno dei temi dominanti della sua poesia. Sui sedici anni fu mandato ad Augusta, in Germania, perché si avviasse alla mercatura. Ma non si sentiva adatto a questa vita: perciò ben presto si fece richiamare a Milano. Priva di eventi esteriori la sua vita, trascorsa dietro lo sportello di un piccolo impiego, a quotidiano contatto con gente modesta, afflitta da dissimulate o palesi angustie, miserie e vergogne. E impiegato rimase sempre, prima alle Finanze, a Milano, e poi per due anni a Venezia, infine al Debito pubblico. Nel 1806 sposò Vincenza Prevosti vedova Arauco, che teneva e continuò a tenere un salotto; col matrimonio la sua vita prese definitivamente un andamento regolare e tranquillo. Pure, egli fu il centro della «cameretta», un'adunanza di amici letterati (L. Rossari, G. Torti, T. Grossi), e partecipò alle polemiche anticlassicistiche del suo tempo; portato a esse, peraltro, più dal suo equilibrato buon senso che da convincimenti teorici meditati e severi. 
CARLO PORTA
Dormiven dò tosann tutt dò attaccaa
Alla stanza de lecc de la mammina,
Vergin istess tutt dò, ma in quell’etaa
Che comenza a spiurigh la passarina,
Tant ch’a dispett de la verginitaa
Faven tra lor di cunt ona mattina
Sul gust che pò dà on cazz quand l’è tiraa,
e sulla forma che pò fagh pù mina.
Vœuna la dava el vant al curt e al gross,
L’oltra al longh e suttil, e in del descor
Diseven e prò e contra di bej coss;
Quand stuffa la mammina, la se mett
A sbraggià a quanta vôs: Cossa san lor?
Dur, e ch’el dura, e citto vessighett!
In italiano:
Dormivano due ragazze tutte e due attaccate
Alla stanza da letto della mammina
Vergini ugualmente tutte e due, ma in quell’età
Che incomincia a prudergli la passerina,
Tanto che a dispetto della verginità
Si raccontavano tra loro una mattina
Del gusto che può dare un cazzo in tiro,
E della forma che può far più scintille.
Una dava il vantaggio al corto e grosso
L’altra al lungo e sottile e nel parlare
Dicevan belle cose pro e contro;
Quando stufa la mammina si mette
a gridare con tutta la voce: Cosa ne sapete?
Duro, e che dura, e zitte smorfioset

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ARNALDO FUSINATO
veneto
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FUSINATO, Arnaldo. - Nato a Schio il 25 nov. 1817 da Giovanni Battista, avvocato nativo di Arsié, e da Rosa Maddalozzo, fece i primi studi presso il collegio "Cordellina" di Vicenza. Dal 1831 al 1836 frequentò a Padova il Collegio dei nobili annesso al seminario vescovile. Si iscrisse, quindi, a giurisprudenza presso l'università di Padova, conseguendo la laurea in diritto pubblico nel 1841. Agli anni studenteschi risalgono alcune clamorose "burle" del F. e al 1839 un episodio che lo avrebbe visto, insieme con il fratello minore Clemente, battersi di notte a randellate contro militari croati: il F., ferito alla gola, riuscì a fuggire, mentre il fratello venne arrestato e temporaneamente sospeso dall'università. Negli anni universitari il F. frequentò il Caffè Pedrocchi e l'osteria del Leon bianco con i poeti G. Prati e A. Aleardi, studenti in legge come lui. Fu più volte a Castelfranco Veneto dove nel 1840 divenne socio dell'Accademia dei Filoglotti. Nel 1841 pubblicò a Udine il suo primo libro di poesie: Il sale ed il tabacco, cicalata… Dopo la laurea tornò a Schio a far pratica nello studio del padre, senza però provare alcun interesse per la professione. Continuò a frequentare gli ambienti di Padova, Feltre e Castelfranco. Nel febbraio 1846, tramite il Prati, pubblicò nel Caffè Pedrocchi, diretto da G. Stefani, satire in versi come Fisiologia del lion e Lo studente di Padova ("Che in fin dei conti il nome di studente / Vuol dire:Un tal che non istudia niente")L'anno dopo, compose i Tre ritratti, in cui si autodescrive "disteso nelle molli piume" con "la pippa in bocca e il Guadagnoli in mano"  
 .http://www.treccani.it/enciclopedia/arnaldo-fusinato_(Dizionario_Biografico)/
È fosco l'aere,
il cielo è muto;
ed io sul tacito
veron seduto,
in solitaria
malinconia
ti guardo e lagrimo,
Venezia mia!
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Fra i rotti nugoli
dell'occidente
il raggio perdesi
del sol morente,
e mesto sibila
per l'aria bruna
l'ultimo gemito
della laguna.
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Passa una gondola
della città:
- Ehi, della gondola,
qual novità? -
- Il morbo infuria
il pan ci manca,
sul ponte sventola
bandiera bianca! -
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No, no, non splendere
su tanti guai,
sole d'Italia,
non splender mai!
E su la veneta
spenta fortuna
si eterni il gemito
della laguna.
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Venezia! L'ultima
ora è venuta;
illustre martire,
tu sei perduta...
Il morbo infuria,
il pan ti manca,
sul ponte sventola
bandiera bianca!
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Ma non le ignivome
palle roventi,
né i mille fulmini
su te stridenti,
troncaro ai liberi
tuoi dì lo stame...
Viva Venezia!
muore di fame!
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Su le tue pagine
scolpisci, o storia,
l'altrui nequizie
e la sua gloria,
e grida ai posteri:
- Tre volte infame
chi vuol Venezia
morta di fame! -
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Viva Venezia!
L'ira nemica
la sua risuscita
virtude antica;
ma il morbo infuria,
ma il pan ci manca...
sul ponte sventola
bandiera bianca!
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Ed ora infrangasi
qui su la pietra,
finché è libera
questa mia cetra.
A te, Venezia,
l'ultimo canto,
l'ultimo bacio,
l'ultimo pianto!
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Ramingo ed esule
in suol straniero,
vivrai, Venezia,
nel mio pensiero;
vivrai nel tempio
qui del mio core
come l'immagine
del primo amore.
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Ma il vento sibila
ma l'ombra è scura,
ma tutta in tenebre
è la natura:
le corde stridono,
la voce manca...
sul ponte sventola
bandiera bianca!

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TRILUSSA
Lazio
Trilussa. - Pseudonimo anagrammatico del poeta in dialetto romanesco Carlo Alberto Salustri (Roma 1871 - ivi 1950). Autore di sonetti, nei quali raffigurò la Roma borghese e piccolo borghese, T. abbandonò assai presto, quasi completamente, questa forma espressiva, per passare alla creazione, intorno al 1907, d'un tipo di favola che, nella prima idea, avrebbe dovuto essere una sorta di parodia delle favole classiche, ma si sciolse subito in libere invenzioni, metricamente sempre più variate. Tra le raccolte: Quaranta sonetti romaneschi (1895), Ommini e bestie (1914), Lupi e agnelli (1919). VITA E OPERE Cominciò a pubblicare qualche sonetto intorno al 1890 sul Don Chisciotte e sul Messaggero, del quale poi fu a lungo collaboratore; alla sua prima raccolta (Quaranta sonetti romaneschi), seguirono Altri sonetti (1898), Caffè-concerto (1901), Er Serrajo (1903), ecc. Il T. dei sonetti concentra la sua attenzione sulla cronaca spicciola della Roma borghese e piccolo-borghese, non solo per cogliere il contrasto fra le apparenze e la verità della vita e della società, ma per esemplarlo o tipizzarlo in situazioni, figure e macchiette, con spirito caustico e insieme divertito, scettico e pur venato a momenti d'una malinconia crepuscolare. Questa tendenza a tipizzare portò ben presto T. all'apologo e alla favola: la quale, fu ben presto caratterizzata da libere invenzioni a fondo realistico sotto la convenzionalità degli emblemi. La sua poesia si venne così affrancando metricamente dal sonetto (di eredità belliana) in forme sempre più variate, e insieme semplificandosi nel lessico, col ridursi del dialetto a inflessione o sottolineatura ironica, a contrappunto gergale della sua ispirazione moraleggiante (oltre a Ommini e bestie Lupi e agnelli: Nove poesie1910Le storie1913Le cose1922La gente1927Libro numero nove1929Giove e le bestie1932Libro muto1935;Acqua e vino1944-45). T. compose anche alcune novelle e illustrò o meglio "pupazzettò" qualche suo libro (Duecento sonetti,1937). Postuma è la raccolta di Tutte le poesie (a cura di P. Pancrazi e L. Huetter, 1951).
http://www.treccani.it/enciclopedia/trilussa/
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TRILUSSA
Poesie tratte da: Robba vecchia
 .
Er pappagallo scappato
 .
Lei me chiamò e me fece: - Sarvatore,
er pappagallo jeri scappò via
perché nu' richiudeste er coridore;1
eccheve er mese,2 e fôr de casa mia.-
Te para carità, te pare core,
pe' 'na bestiaccia fa' 'sta bojeria,
mette in mezz'a 'na strada du servitore
che deve portà er pane e la famîa?...
 .
Ma io so tutto: er fatto der tenente,
le visite a Firenze ar maresciallo,
la balia a Nemi... e nun ho detto gnente.
 .
Percui stia attenta a lei, preghi er su' Dio,
ché se me manna via p'er pappagallo
vedrà che pappagallo3 che so' io!
 .
1) Corridoio.
2) Il mensile.
3) Che sorta di referendario.
 …..*…..
L'indovina de le carte1
.
- Pe' fa' le carte quanto t'ho da dà?
- Cinque lire. - Ecco qui; bada però
che m'haio da di' la pura verità...
- Nun dubbitate che ve la dirò.
.
Voi ciavete un amico che ve vô
imbrojà ne l'affari. - Nun pô sta2
perché l'affari adesso nu' li fo.
- Vostra moje v'inganna. - Ma va' là!
.
So' vedevo dar tempo der cuccù!3
- V'arimmojate. - E levete de qui!
Ce so' cascato e nun ce casco più!
.
- Vedo sur fante un certo nun so che...
Ve so' state arubbate... - Oh questo sì:
le cinque lire che t'ho dato a te.
.
1) La cartomante.
2) Non può essere vero.
3) Da tempo immemorabile.
…..*….. 
Er ministro novo
 .
Guardelo quant'è bello! Dar saluto
pare che sia una vittima e che dica:
- Io veramente nun ciambivo mica;
è stato proprio el Re che l'ha voluto! -
 .
Che faccia tosta, Dio lo benedica!
Mó dà la corpa ar Re, ma s'è saputo
quanto ha intrigato, quanto ha combattuto...
Je n'è costata poca de fatica!
 .
Mó va gonfio, impettito, a panza avanti:
nun pare più, dar modo che cammina,
ch'ha dovuto inchinasse a tanti e tanti...
 .
Inchini e inchini: ha fatto sempre un'arte!
Che novità sarà pe' quela schina1
de sentisse piegà dall'antra parte!
 .1921
 1) Schiena.
 …..*…..
Tratte da: Dialetto borghese
Parla Maria, la serva...
I
Pe' cento lire ar mese che me dànno
io je lavo, je stiro, je cucino,
e scopo, e spiccio, e sporvero, e strufino
che quanno ch'è la sera ciò l'affanno.
.
Poi c'è er pranzo, le feste, er comprianno,
e allora me ce scappa er contentino1
che m'ho da mette pure er zinallino2
p'aprì la porta a quelli che ce vanno!
.
E avressi da sentì che pretenzione!
Co' 'na libbra de carne, hai da rifrette
che ciò da fa' magnà sette persone!
.
Sai che dice er portiere? Ch'è un prodiggio!
Perché pe' contentalli tutti e sette
bisogna fa' li giochi de prestiggio!
.
1) Un'aggiunta di fastidio.
2) Grembiulino. 
 .

II
 Pe' cacciaje1 un centesimo, so' guai!
Com'è tirata2 lei, se tu la senti!
Dice: - Tre sòrdi un broccolo? Accidenti!
Dodici la vitella? È cara assai! -
.
Ma l'antro giorno che ce liticai
je l'ho cantata senza comprimenti;
dico: - Che cià in saccoccia? li serpenti?
Gente più pirchia3 nu' l'ho vista mai!
.
Lei, dico, m'arifila4 li quatrini
solo sur da magnà, ma spenne e spanne
p'annà vestita in chicchere e piattini:
.
se mette le camice smerlettate,
s'infila li nastrini e le mutanne
e strilla pe' du' sòrdi de patate!

 .....*.....
FRANCO COSTABILE
CALABRESE
Franco Costabile nasce nell'agosto 1924 da Concetta Immacolata Gambardella, casalinga appartenente a una famiglia borghese di commercianti amalfitani, e da Michelangelo Francesco Pietro Costabile. Il padre non si sente a suo agio nel piccolo centro calabrese e dopo il matrimonio si reca in Tunisia per dedicarsi all'insegnamento, abbandonando moglie e figlio. Nel 1933Concetta si reca col figlio piccolo nella nazione africana per convincere il marito a riunire la famiglia, ma non ottiene il risultato sperato anche per via del suo rifiuto di lasciare Sambiase. Questa esperienza segnerà il poeta, a cui farà riferimento nel componimento giovanile "Vana Attesa", pubblicata nel 1939.--- Dopo la maturità classica conseguita nella vicina Nicastro, si iscrive alla Facoltà di Lettere, dapprima a Messina e poi - dal 1946 - a Roma, dove si laureerà con una tesi in paleografia. In questo periodo stringe un forte rapporto con Giuseppe Ungaretti, suo professore di Letteratura Contemporanea: in Costabile, Ungaretti rivede il figlio perduto da poco in Brasile, in Ungaretti il poeta sambiasino trova invece l'assente figura paterna. Sempre durante gli studi universitari fa amicizia con Raffaello Brignetti ed Elio Filippo Accrocca. Dopo la laurea, a partire dal 1950 insegnerà in vari licei e istituti tecnici, ma collaborerà anche con riviste e alla stesura di una enciclopedia cattolica.--Nel 1953 sposa la sua ex allieva Mariuccia Ormau, dalla quale ha due figlie: Olivia, nata nel 1955, e Giordana, del 1957. Alcuni anni dopo, Mariuccia si trasferirà a Milano portando con sé le due bambine: è un secondo distacco, un secondo abbandono familiare. Sempre in questo periodo si rompono definitivamente i rapporti col padre lontano, mentre nel 1964 muore la madre, affetta da un male incurabile. Ormai stanco, Costabile decide di togliersi la vita il 14 aprile 1965. Ungaretti, che al poeta si sentiva ancora molto legato, scrive per questo dei versi, prima pubblicati in un libretto stampato a cura di amici, e ora trascritti come epitaffio sulla sua tomba nel cimitero di Sambiase:
……*….
« "Con questo cuore troppo cantastorie"
dicevi ponendo una rosa nel bicchiere
e la rosa s'è spenta poco a poco
come il tuo cuore, si è spenta per cantare
una storia tragica per sempre »
.
Nel 1989 Giorgio Caproni, amico di Costabile fin dagli anni '50,
dedica al poeta calabrese una poesia, poi confluita nella raccolta postuma Res amissa:
.
« Si muore d'asfissia,
è noto, per difetto
d'ossigeno. Lo si può anche,
e forse più dolorosamente,
per mancanza d'affetto. »
("Per Franco Costabile, suicida" - Giorgio Caproni)